Nell’era dell’economia digitale, si cerca sempre più di puntare alla regolamentazione della tassazione per le multinazionali che operano in rete, con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale.


La webtax è il tentativo di contrastare l’evasione fiscale tipica delle transazioni online.


Transazioni intese come commercio elettronico diretto o indiretto, che sfuggono al regime di tassazione dei Paesi dove vengono fruiti i beni o i servizi venduti e sui quali si producono ricavi.

L’esigenza è quella di non consentire che società estere non paghino le tasse nei Paesi dove operano, ma in quelli dove hanno la sede legale che, molto spesso, hanno un’imposizione fiscale molto più bassa di quella dei Paesi membri dell’Unione europea.

La Web tax è entrata in vigore in Italia il I° gennaio 2019, come previsto dalla legge di Bilancio, quale imposta sulle transazioni digitali cosiddette “B2B” (business to business).

L’imposta sarà pari al 3%, da applicare sui ricavi delle aziende che prestano servizi digitali e che hanno un ammontare complessivo di ricavi pari o superiore a 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 milioni realizzati nel territorio italiano.

Solo per fare un esempio, nel 2016, la somma di quanto versato da Facebook, Apple, Amazon, Airbnb, Twitter e Tripadvisor è stata di circa 11,7 milioni di euro.

Importi minimi se si considerano i fatturati che queste società ricavano ogni anno grazie alle loro attività in Italia.


Un saluto da Marta

Photo by rawpixel on Unsplash

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